Immateria

Immateria era tutto intorno a lei. Immateria era lei… né corpo, né carne, solo mente e ragione in un’esistenza ormai divenuta eterna. Barbara osservava il mondo intorno a lei costituito da interminabili catene di dati in continuo movimento, che lo rendevano solo un pallido riflesso del mondo reale. […] Immateria non era fatta per essere “sentita” ma solo vissuta, come l’increspatura di un’onda che non è cosciente dell’acqua che la circonda. L’acqua lambisce e sovrasta la città di Nova Julia. Due sono i livelli del mare, come due sono i mondi che si svelano agli occhi del lettore: quello reale di Norma, giovane scienziata affermata nel mondo della tecnologia e il mondo dove vive Barbara… Immateria. La Matrice è il cancello che mette in comunicazione i due mondi, a volte distinti, a volte sovrapposti. Come in un mare in apparenza calmo, l’alternarsi delle vicende che vedono coinvolti Lorena e Alessandro, i genitori di Norma, porta il lettore a scoprire un vulcano che sta per esplodere e a confrontarsi inevitabilmente con le proprie convinzioni sulla vita dopo la morte.

Il mio romanzo breve “Immateria, oltre della Matrice” è stato pubblicato dalle Edizioni Il Papavero e presentato ufficialmente il 18 settembre nell’ambito del festival Giulia in Giallo – delitti e diletti.
La prefazione è stata curata da Donato Altomare, presidente della World SF che ha definito il romanzo “La parabola della solitudine a lieto fine”. E’ in vendita online su IBS oppure è possibile scrivere alle Edizioni Il Papavero

per poterlo ordinare.
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Qui di seguito la prefazione curata da Donato Altomare, presidente della World SF Italia:

LA PARABOLA DELLA SOLITUDINE

L’unica critica che, anni fa, ricevette un mio romanzo (Mater Maxima, Urania Mondadori, Milano, 2001) fu che ‘finiva bene’. Da allora mi sono chiesto spesso perché il lettore si aspetta un finale negativo o, a volte, addirittura cruento, e la risposta che mi son dato è stata: forse perché così è (o pensa sia) la vita.

Annarita Stella Petrino non solo non è d’accordo su questa visione negativa dell’esistenza, ma ci lancia un messaggio importante: sta a noi fare della nostra vita un inferno o un paradiso. E non è una banalità se si pensa a quanta gente crede che per andare avanti ci voglia soltanto fortuna, dimenticandosi del vecchio detto ‘aiutati che il ciel ti aiuta’.

Immateria è una storia di fantasmi, sì, higt tech, ma pur sempre fantasmi che sembrano allietare e rendere meno dolorosa la dipartita di persone care, ma che poi dimostrano che esiste una netta differenza tra un essere umano e il prodotto di una tecnologia seppur avanzatissima. Tanto avanzata da realizzare altri fantasmi e da mettere la sanità mentale e fisica di un ‘vero’ essere umano in discussione.

Immateria è una parabola a lieto fine. Anzi LA parabola della solitudine a lieto fine. Secondo il Treccani la parabola è: Narrazione di un fatto immaginario ma appartenente alla vita reale, con il quale si vuole (…) illustrare un insegnamento morale o religioso. Poco importa se parliamo di sensori e cablaggio e backup. L’insegnamento morale e religioso c’è.

Il romanzo breve scorre tranquillo senza scosse eccessive, come un fiume che, sicuro della sua strada non può che portare a una sola conclusione. Man mano che lo si legge ci si immerge in una mondo futuro quasi mieloso, dove però all’improvviso ci si accorge di essere irrimediabilmente soli. E’ una amara realtà che già oggi serpeggia inquietante in quanto ci si rende conto che non esiste più un rapporto essere umano con altro essere umano, ma c’è una ‘macchina’ un ‘oggetto ipertecnologico’ che fa da mediatore, quindi il rapporto attuale è essere umano-macchina-essere umano. Così ci illudiamo di avere centinaia di amici, ma poi ci accordiamo che non sappiamo nulla di loro, che spesso non sono neanche quello che vogliono farci credere di essere e, al momento di maggior bisogno, scompaiono.

Mentre leggevo Immateria, mi tornava alla mente il romanzo Solaris di Stanislaw Lem. L’autore polacco è riuscito con immane maestria a disegnare personaggi che rifiutavano di rapportarsi tra loro, tutti legati a ombre del proprio passato che la mente riesumava come polverosi inquietanti fantasmi.

La domanda quindi è: ci basta una fotografia insieme al  semplice ricordo serbato nel nostro cuore-mente delle persone care che perdiamo, oppure osiamo l’inosabile e le rivogliamo accanto a noi, a qualsiasi condizione, in qualsiasi forma, visto che quella umana non c’è più? L’Autrice ci dà una risposta che deve farci pensare, e lo fa creando atmosfere surreali con consumata abilità, riuscendo non soltanto a calarci nella realtà quotidiana, ma anche nella irrealtà di Immateria.

Ho detto che questo romanzo, è una parabola, intesa come termine letterario, ma, da bravo ingegnere, posso aggiungere che si può far riferimento anche alla figura geometrica che parte da un determinato punto, si innalza sino a quando la formula glielo permette, poi cala simmetrica per ritornare allo stesso livello di partenza, anche se più in là. Come una mente libera che vuole saggiare il futuro, che vuole capire cosa gli riserva e se è scritto, oppure dipende da se stesso, per poi accorgersi che le nostre scelte, se dettate dall’amore e dalla umanità, non posso che portare a una vita serena.

Quindi, signori e signore, mettetevi comodi e iniziate a leggere questa storia che è per tutti quelli che si sono accordi di essersi allontanati troppo dalla realtà e che desiderano ardentemente di voler rimettere i piedi per terra. Perché nella vita l’importante è saper camminare con le proprie gambe, scegliere la strada col proprio cervello.

E credere di non essere mai davvero soli.

Donato Altomare

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